Il giorno di Ferragosto racconta una storia antica ma sempre attuale: quella di un’umanità che celebra l’estate e la compagnia, si ferma per ringraziare la terra e per ritrovarsi.
Secondo un’antica credenza piantare un ciliegio nel proprio giardino porta bene alla casa e offrirne i frutti è come offrire un segno di fratellanza e di amicizia.
Chi lo ha detto che zuppe e vellutate possono essere servite solo in inverno? Con l’arrivo dell’estate, anche le verdure cambiano “vestito”, e possono essere trasformate in piatti freschi e dissetanti, ovviamente da servire freddi.
Le origini del cous sous risalgono alle regioni dell’Africa Nord-Occidentale (Maghreb), ma in Italia è presente da molto tempo nella tradizione culinaria siciliana, ed il suo consumo è ormai ampiamente diffuso in tutto il Paese.
La quantità di iodio che assorbiamo tramite respirazione è trascurabile: per garantire il giusto apporto di questo elemento, è necessario assumerlo con gli alimenti.
La parola “sorbetto” deriva da “sherbet”, una bevanda a base di succhi di frutta e canna da zucchero, importata dalla Persia e coltivata lungo le spiagge, tutto refrigerato con la neve dell’Etna. Fu così che nelle terre siciliane nacque il primo antenato del gelato artigianale italiano.
È primavera, svegliatevi bambine: messere Aprile fa il rubacuor, quanti ricordi diventeranno i prati in fior!
E le “bambine” di cui parlo sono agretti, rosoline, tarassaco e tante altre: erbette spontanee che al primo sole primaverile sbucano nei prati.
I motivi che hanno reso il fico fin dall’antichità una pianta così preziosa vanno forse ricercati nel mistero dei suoi fiori, chiusi in sé stessi e nascosti alla vista, da cui il modo di dire bengalese: «Diventare [invisibile come] il fiore del dumur».
Non sono un vero frutto, non sono una bacca, e cosa ancora più curiosa: appartengono alla famiglia delle Rosacee, e sono quindi strettamente imparentate con le rose. E per finire, non tutte le fragole sono rosse: esistono anche alcune varietà albine.
Si scrive poke o in alcuni casi poké, ma si legge poh-kay, parola che in hawaiano significa “tagliato a pezzi”, in riferimento alla modalità di preparazione del piatto.